L’Italia si prepara a rivoluzionare l’approccio alla lotta contro l’Alzheimer e le altre forme di declino cognitivo, puntando con decisione sulla prevenzione e sul contrasto a 14 fattori di rischio modificabili. Il nuovo Piano Nazionale Demenze 2027-2031, elaborato dal Tavolo permanente sulle demenze e coordinato dal ministero della Salute, è ormai pronto. Il documento sarà trasmesso entro il 31 ottobre alla Conferenza Stato-Regioni per l’approvazione finale
Ad annunciarlo è stato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, durante il convegno istituzionale tenutosi in occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer. «Stiamo lavorando a una proposta di finanziamento per la prossima legge di Bilancio a sostegno dell’attuazione del Piano», ha dichiarato Schillaci, sottolineando la necessità di passare da progetti territoriali frammentati a un investimento strutturale per potenziare servizi, diagnosi e supporto alle famiglie.
Un’emergenza sociale ed economica da 23 miliardi
i numeri aggiornati mostrano la portata di una vera e propria emergenza di sanità pubblica: 1,2 milioni di persone convivono oggi con la demenza in Italia (oltre la metà colpite da Alzheimer). I casi sono destinati a triplicare nei prossimi trent’anni a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.
Il carico sociale investe oltre 6 milioni di italiani (il 10% della popolazione totale) se si includono i familiari impegnati nell’assistenza.
I costi economici superano i 23 miliardi di euro l’anno, con ben il 63% della spesa che grava direttamente sulle tasche delle famiglie.
Il nuovo stanziamento richiesto dal ministero andrà ad aggiungersi al Fondo dedicato alle demenze — già finanziato con 35 milioni di euro per il triennio 2024-2026 — e alle risorse del Fondo sanitario nazionale, puntando ad abbattere le storiche disparità territoriali nell’accesso alle cure.
I 14 pilastri della prevenzione: la svolta della ricerca
La grande novità del Piano recepisce le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e i dati epidemiologici dell’ultimo rapporto della Lancet Commission on Dementia Prevention. Secondo gli scienziati, circa il 45% dei casi globali di demenza potrebbe essere evitato o ritardato intervenendo su 14 specifici fattori modificabili nel corso della vita.
I 14 fattori di rischio su cui si struttureranno le prossime campagne informative e i protocolli clinici sono divisi per fasi della vita:
Primi anni di vita: basso livello di istruzione.
Mezza età: sordità o perdita dell’udito, ipertensione, obesità, fumo, depressione, isolamento sociale, inattività fisica, diabete, traumi cranici, inquinamento atmosferico e i due nuovi fattori inseriti nel 2024, ossia l’ipercolesterolemia (colesterolo LDL alto) e la perdita della vista non trattata.
Età avanzata: consumo eccessivo di alcol, isolamento sociale tardivo e limitata stimolazione cognitiva.
Le 7 aree d’azione del nuovo Piano
Il testo programmatico per il quinquennio 2027-2031 si articola su sette precise direttrici strategiche:
Priorità assoluta: inserire la demenza in tutte le politiche sociosanitarie nazionali e regionali.
Consapevolezza: promuovere campagne pubbliche (sviluppate dal Ministero, dall’ISS e dall’AIFA) per combattere lo stigma sociale.
Prevenzione: interventi mirati sui 14 fattori modificabili lungo l’intero arco della vita.
Integrazione: creare reti di supporto integrate dalla diagnosi tempestiva fino al fine vita.
Caregiver: riconoscere e supportare formalmente chi assiste i malati, con tutele e formazione specifica.
Monitoraggio: potenziare i Sistemi Informativi e la rete dei centri sul territorio (come i Centri per i disturbi cognitivi e le demenze – CDCD).Ricerca: incrementare i fondi per la ricerca scientifica e l’innovazione farmacologica e assistenziale.
Il cambio di rotta rispetto all’ultimo Piano del 2014 — rimasto in gran parte sulla carta poiché privo di coperture economiche — risiede proprio nella volontà politica di vincolare risorse certe. L’obiettivo dichiarato è quello di rimettere al centro il paziente, tutelandone i diritti e la partecipazione alle decisioni terapeutiche, garantendo al contempo un aiuto concreto a quei milioni di caregiver familiari che oggi sostengono il peso maggiore della malattia.




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