I dati Eurostat relativi al 2023 i giovani tra i 15 e i 28 anni ad essere entrati nel mercato del lavoro mentre ancora sono iscritti a un percorso di formazione superiore sono più del 25%, con differenze da Paese a Paese e il primato assegnato ai Paesi Bassi.
Giovani studenti e/o lavoratori: le percentuali in Europa
Sono oltre un quarto (per la precisione il 25,7%) i giovani europei tra i 15 e i 29 che entrano nel mercato del lavoro prima di aver completato il proprio percorso di formazione superiore. Lo indicano i dati Eurostat relativi al 2023 e pubblicati a fine novembre, dai quali emerge anche che del restante 75%, quasi il 3% sta cercando attivamente un’occupazione (compatibilmente con l’età).
Il primato dei Paesi Bassi
La situazione in UE varia molto da un Paese all’altro, ma il primato dell’occupazione tra gli studenti è detenuto dai Paesi Bassi, dove sono il 74,5% i giovani occupati che stanno anche frequentando un corso di formazione o un programma universitario e dove la percentuale di minori di 25 anni senza un impiego è minimo (solo l’8,6%).
Al polo opposto della classifica si colloca la Romania, dove solo il 2,3% dei giovani studia e lavora contemporaneamente. Nel mezzo si collocano la Danimarca e l’Austria, rispettivamente al secondo e al terzo posto con il 52,6% e il 46,2%. Al 26esimo e 25 posto ci sono Slovacchia (5,8%) e Ungheria (6,1%).
La situazione in Italia
Anche l’Italia si trova in coda alla lista dei Paesi membri dell’Unione, con percentuali di studenti-lavoratori che non superano il 7,6%, ben al di sotto della media e molto lontane dalle prime posizioni. Ciò significa che meno di un giovane su 10 nel Bel Paese accede al mondo del lavoro prima di aver completato il proprio percorso di formazione.
Alla base della differenziazione europea
I numeri sono il riflesso di uno stato di salute del mondo del lavoro giovanile e di un’agilità del passaggio dai libri a un qualche tipo di lavoro molto diversi da un Paese all’altro. Ogni Stato membro conta infatti su proprie condizioni interne da cui dipendono differenti modi di gestire le strutture scolastiche, i piani di istruzione, le sinergie tra imprese e scuola e la cosiddetta alternanza scuola-lavoro alle superiori. Questa pratica, che rappresenta una costante tra gli studenti di Paesi come Olanda o Danimarca, faticano invece ad assumere la giusta rilevanza in altri luoghi, dove quindi il passaggio dai libri al mondo del lavoro risulta più difficoltoso.
Nei Paesi Bassi, per esempio, è affermata la prassi di avere un lavoretto (“bijbaantje”) retribuito durante gli studi. E non solo questa pratica è ingranata nella cultura, ma è anche regolata in termini di numero di ore e di tipologia di attività che si possono svolgere in base all’età (dal servire ai tavoli di un bar, supportare il personale nelle case di cura, o riempire gli scaffali di un supermercato). E l’aspetto interessante è che non si tratta di impieghi temporanei svolti solo da chi sta completando una formazione professionale, ma in generale da tutti gli studenti, inclusi quelli che frequentano studi liceali o corsi (para)universitari.
Gender gap tra studio e lavoro
Un elemento costante, che accomuna tutti i Paesi europei è il fatto che sono meno gli uomini delle donne a partecipare a un percorso di istruzione formale, in tutte le fasce di età considerate, e viceversa gli uomini mostrano più alte quote di partecipazione al marcato del lavoro. Contemporaneamente sono più le studentesse – specialmente nella fascia tra i 20 e i 24 anni- ad avere un’occupazione rispetto agli studenti, sorpassandoli di 5,8 punti percentuali. Allo stesso tempo però, il numero delle giovani resta superiore quando si guarda però a chi non ha un lavoro e non studia.
La situazione resta invertita ancora a favore degli uomini se si considera la partecipazione all’occupazione (in particolare tra i 25 e i 29 anni). Sono il 72,1% i giovani che non studiano (più) ma hanno un lavoro, mentre le giovani donne sono solo il 61%.
Il fenomeno Neet (Not in education, employment or training)
Un altro fenomeno che accomuna tutta l’Europa (e non solo) è rappresentato dai Neet (Not in education, employment or training), ovvero coloro che non studiano e non lavorano. A fine estate l’OIL (Organizzazione Internazionale del lavoro) ha confermato un calo della disoccupazione giovanile mondiale nel 2023, tale da far registrare il record inferiore in 15 anni, ma allo stesso tempo, ha segnalato anche la situazione critica di quanti non erano impegnati in un percorso di formazione, non avevano un lavoro né lo stavano cercando. Per quanto con grandi differenze sia tra le aree del mondo che tra Paesi a basso o alto reddito, il fenomeno resta diffuso ovunque. E caratterizzato spesso dal persistere di un’importante sproporzione di genere. Due su tre neet, infatti, sono donne. Il quadro generale registrato in Europa, conferma questa realtà. E, anche sotto questa luce, con differenze interne enormi. Si va infatti dal numero minimo registrato, ancora una volta, nei Paesi Bassi, alla percentuale massima, di quattro volte più alta, della Romania. Ma è interessante notare anche che alcuni risultati simili si riscontrino tra nazioni dalle caratteristiche economiche e culturali anche molto divergenti.




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