Il deficit non è un complotto dell’Istat: è un errore da 11 miliardi del Mef
Il deficit italiano si attesta al 3,1 per cento e la reazione della politica segue il più classico dei copioni: la ricerca di un capro espiatorio. Di fronte ai dati definitivi dei Conti economici nazionali, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha espresso «rammarico», mentre la premier Giorgia Meloni ha puntato il dito direttamente contro l’istituto di statistica, ipotizzando una tendenza a «sottostimare gli italiani». La realtà dei numeri, tuttavia, racconta una storia diversa: il problema non è l’Istat, ma la perdita di controllo sulla spesa pubblica da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Senza una clamorosa falla nei conti interni, il disavanzo italiano sarebbe sceso al 2,6 per cento, posizionando il Paese abbondantemente sotto i parametri di Maastricht e garantendo l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo.
L’aritmetica dei conti: le buone notizie cancellate dalle uscite
La revisione dei conti fotografa un paradosso. Rispetto alle stime dello scorso aprile, l’economia italiana ha registrato performance migliori del previsto su due fronti cruciali: il PIL è stato rivisto al rialzo di 7 miliardi di euro; le entrate fiscali sono state superiori di 2 miliardi di euro rispetto alle proiezioni. Con il solo aumento del denominatore (il PIL) e la crescita delle entrate, il rapporto deficit-PIL sarebbe sceso al 2,97 per cento [1]. L’Italia avrebbe così abbattuto il muro del 3 per cento, centrando l’obiettivo politico e formale di uscire dalla procedura d’infrazione europea. A vanificare questo scenario è stata l’impennata imprevista delle uscite: lo Stato ha registrato 2,5 miliardi di euro di spese in conto capitale non previste. Una correzione che ha spinto l’indebitamento netto a 69,7 miliardi di euro (il 3,08 per cento, arrotondato a 3,1).
Mezza manovra fuori dai radar della Ragioneria
Il vero allarme sollevato da questa revisione non è lo scostamento di un singolo decimale, ma la tendenza strutturale all’errore di calcolo. Sommando gli 8,4 miliardi di extra-spesa per il Superbonus emersi ad aprile e i 2,5 miliardi di investimenti fantasma spuntati nelle ultime rilevazioni, si arriva a un buco informativo complessivo di 11 miliardi di euro.
Il corto circuito politico e la necessità di una svolta
Se dal punto di vista strettamente economico un decimale non sposta lo spread o i rendimenti dei titoli di Stato — poiché i mercati e le regole UE guardano a percorsi pluriennali basati sulla spesa netta —, l’impatto sul piano politico è pesante. Il governo Meloni ha trasformato un potenziale successo comunicativo in un autogol. Era stato l’esecutivo stesso a indicare il target del 3 per cento con un anno di anticipo, nel tentativo di accreditarsi come garante di una gestione «prudente» della finanza pubblica. Una prudenza smentita dalla fragilità delle stime interne.
Mentre il ministero concentrava i propri sforzi nel limare i crediti d’imposta edilizi tramite i controlli dell’Agenzia delle Entrate, dal passato continuavano a emergere spese per investimenti non contabilizzate. Le disfunzioni emerse con la gestione dei bonus edilizi non sono state risolte. Per evitare che i conti dello Stato continuino a muoversi a consuntivo come una variabile impazzita, appare ormai evidente che la struttura pubblica non necessiti solo di un’Agenzia delle Entrate efficiente, ma di una vera e propria «Agenzia delle Uscite» capace di vigilare sui flussi di cassa prima che sia troppo tardi.
I numeri del disallineamento
8,4 miliardi: maggiore spesa Superbonus
2,5 miliardi: maggiori uscite in conto capitale
11 miliardi: errore complessivo di valutazione della spesa
In pratica, l’equivalente di 0,5 punti di PIL — circa mezza manovra finanziaria — è transitato fuori dai radar del Mef e della Ragioneria generale dello Stato senza che nessuno se ne accorgesse in tempo reale. Se queste uscite fossero state monitorate e governate correttamente, il deficit si sarebbe fermato a 59 miliardi (il 2,6 per cento del PIL), offrendo margini di manovra ben diversi per la prossima legge di Bilancio.




Leave A Reply