La tragedia di Modena ha riacceso i riflettori su un tema cruciale e troppo spesso trascurato: la salute mentale. Senza entrare nel merito del caso specifico, questo drammatico evento offre l’occasione per ricordare che la salute psichica non è un fatto privato né una questione esclusivamente medica. È un diritto fondamentale e un bene comune relazionale, una componente essenziale della salute globale che riguarda tutti.
Un approccio olistico contro i riduzionismi
La salute mentale è multi determinata. In essa convergono fattori biologici, psicologici, sociali, culturali e ambientali. Per questo richiede un approccio olistico, secondo il modello One Health, capace di superare ogni forma di riduzionismo.
Le risposte al disagio devono articolarsi attraverso una pluralità di canali: relazioni genitoriali, percorsi educativi, interventi sociali e sanitari e, solo quando necessario, interventi psichiatrici.
I fattori di rischio emergono già nelle prime fasi della vita. L’uso di sostanze durante la gravidanza, i traumi infantili, l’abuso e la trascuratezza affettiva e materiale (neglect) possono lasciare segni profondi.
A questi si aggiungono le diverse forme di povertà: non soltanto quella economica, ma anche quella educativa, relazionale e sociale. In Italia quasi 6 milioni di persone, tra cui 1,3 milioni di minori, vivono in condizioni di povertà assoluta.
Di fronte a questi numeri appare evidente come marginalità, disoccupazione e isolamento rappresentino potenti moltiplicatori del disagio.
Le nuove forme del malessere
In un’ottica evolutiva, il benessere psichico è strettamente legato alle diverse tappe della vita. Le fasi più delicate comprendono l’età tra 0 e 6 anni, l’adolescenza e la prima età adulta, considerando che il 75% dei disturbi mentali esordisce prima dei 24 anni.
Affrontare un esame, gestire una relazione, cercare un lavoro o conquistare l’autonomia significa attraversare inevitabilmente momenti di stress, conflitti e fallimenti. Questa sofferenza fa parte dell’esperienza umana.
Una società sana dovrebbe educare le persone anche alla gestione dell’insuccesso, contrastando l’idea che la sconfitta rappresenti una colpa irreparabile da attribuire rabbiosamente a se stessi o agli altri.
Oggi il disagio assume forme sempre più diverse.
Da un lato emergono manifestazioni silenziose e invisibili, come l’isolamento degli hikikomori, il fenomeno dei NEET o i suicidi. Dall’altro il malessere esplode in modo improvviso e violento, come mostrano le numerose stragi con armi da fuoco negli Stati Uniti o i comportamenti estremi e ad alto rischio.
Emergono inoltre nuove e pericolose forme di automedicazione: dalle dipendenze da sostanze, comprese quelle legate al Fentanyl, fino alla diffusione del gioco d’azzardo, che in Italia muove circa 170 miliardi di euro l’anno, una cifra superiore all’intero finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale.
Quando restano solo giustizia e psichiatria
Se una società accetta come normale l’esistenza di persone prive di documenti, lavoro, reddito e assistenza, compromette inevitabilmente la propria salute collettiva.
Quando vengono meno gli interventi preventivi, educativi e sociali, restano soltanto due terminali: la giustizia e la psichiatria.
Sono strumenti chiamati sempre più spesso a gestire situazioni che nascono da percorsi di esclusione e abbandono sociale.
I numeri raccontano una realtà molto ampia: in Italia sono circa 1 milione e 630 mila le persone seguite dai Centri di Salute Mentale, dai SerD e dai servizi di Neuropsichiatria Infantile e dell’Adolescenza.
Attorno a ciascuna di queste persone ruotano inoltre da 5 a 10 familiari e caregiver coinvolti direttamente nei percorsi di cura.
Per rendere concrete le azioni previste dal Piano Azioni Salute Mentale (PASM) 2025-2030 saranno necessarie risorse adeguate e stabili.
Diritti, responsabilità e comunità
La persona è sempre qualcosa di più della sua malattia.
La normativa italiana ha riconosciuto pienamente alle persone con disturbi mentali diritti e doveri. Eventuali valutazioni sulla responsabilità individuale devono essere definite caso per caso, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, anche per costruire percorsi terapeutici adeguati.
È fondamentale evitare il ritorno a una visione del disagio mentale che associ automaticamente la persona a pericolosità, improduttività o irresponsabilità, delegando alla psichiatria un impossibile ruolo di controllo e custodia.
La cura deve avvenire nella comunità e attraverso la comunità, partendo dalla casa come primo luogo di vita.
Occuparsi della salute mentale significa anche garantire i bisogni essenziali: sostegno economico dignitoso, diritto al lavoro, autodeterminazione e possibilità di una vita indipendente.
L’Italia possiede, nonostante tutto, una forte tradizione di solidarietà. È il momento di unire istituzioni, servizi e società civile per costruire comunità realmente accoglienti ed educanti.




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