MILANO – C’è un momento preciso in cui l’immagine smette di essere una semplice riproduzione del reale e diventa uno specchio dell’anima. Questo passaggio cruciale, in cui l’obiettivo fotografico abbandona la pretesa di documentazione oggettiva per farsi strumento di indagine interiore, costituisce il fulcro concettuale di “Unveiling Roots: futuro e memoria“, la mostra fotografica ospitata nelle sale del Centro Culturale di Milano (CMC) che chiude domani, 15 maggio.
L’esposizione non si configura come una semplice galleria di scatti, ma come un vero e proprio ecosistema visivo. Rappresenta l’epilogo e il coronamento della prima edizione di Officina Visiva, il percorso formativo guidato dal fotografo freelance Lorenzo Buggio, già allievo del maestro Giovanni Chiaramonte.
Il progetto, interamente sostenuto dal CMC, mette in mostra i lavori di tre autori selezionati da una giuria di professionisti del settore: Francesca Romana Mauro, Marta di Napoli e Roberto Longo. Ciascuno di loro ha ricevuto il compito di interpretare il tema cardine dell’identità attraverso un corpus di dodici immagini, trasformando la memoria personale in una narrazione universale capace di dialogare con il pubblico.
Il percorso espositivo si snoda attraverso tre approcci intimi e profondamente differenti per stile e concezione:
- Francesca Romana Mauro – La Fanciullina: Il suo lavoro nasce da un processo di riapertura della propria “scatola dei ricordi”. Dopo un periodo di chiusura interiore, l’autrice ritrova la propria vivacità infantile attraverso simboli, oggetti ed evocazioni visive che diventano tappe di una riscoperta di sé. Le immagini risentono fortemente della sua esperienza teatrale, trasformando l’inquadratura in un microscopico palcoscenico dove la luce isola i dettagli e conferisce una sacralità inaspettata alle cose comuni.
- Marta di Napoli – I luoghi del ricordo: Al centro della sua indagine ci sono gli spazi dell’infanzia, oggi abbandonati e deserti. Fotografie in un bianco e nero rigoroso descrivono un territorio dinamico che, pur nella nostalgia della mancanza, rifiuta il semplice lamento sul tempo che passa. Il silenzio delle architetture svuotate diventa uno spazio bianco che si apre al futuro e a nuovi insegnamenti.
- Roberto Longo – La fotografia come ritorno alle radici: Longo concepisce l’atto fotografico come una guida e uno strumento di autoanalisi retrospettiva. Interrogandosi sul perché e sul come delle sue inquadrature passate, l’autore compie una vera e propria operazione di archeologia visiva nel proprio archivio personale. Rileggere la propria storia gli permette di decodificare i pattern emotivi e il proprio modo di rapportarsi alla realtà.
L’impostazione didattica di Lorenzo Buggio si inserisce nel solco tracciato da Giovanni Chiaramonte, che considerava la fotografia come un atto filosofico e morale. In questo contesto gli studenti sono stati educati a comprendere che l’inquadratura è una scelta di responsabilità verso il mondo e la mostra testimonia il successo di questo approccio: i tre autori non imitano un modello, ma applicano la disciplina mentale appresa per liberare la propria voce autentica.
Il futuro di Officina Visiva: “Il Teatro della Vita”
Il successo di questa prima edizione apre la strada al nuovo capitolo del corso, che segnerà un’evoluzione tematica e formale. Il 1° giugno 2026 prenderà il via l’edizione successiva, intitolata “Il Teatro della Vita. Fotografia e forma del mondo che abitiamo”. Se “Unveiling Roots” ha scavato nell’archeologia interiore, il nuovo percorso sposterà il focus sul paesaggio, inteso non come mero esercizio estetico o cartolina bidimensionale, ma come atto di conoscenza e cura dello spazio prossimo. Ispirandosi alla grande scuola italiana di Luigi Ghirri e Guido Guidi, i partecipanti indagheranno la realtà quotidiana attraverso il concetto di “giusta distanza”, una postura visiva capace di rivelare l’appartenenza delle cose a un tempo e a un luogo precisi, restituendo loro dignità e memoria.




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